“La rivoluzione del filo di paglia”

Masanobu Fukuoka
Masanobu Fukuoka

Classe 1914, Masanobu Fukuoka, è il padre della agricoltura naturale o del non fare, come lui stesso la definisce, poiché l’obiettivo della sua ricerca è sempre stato ridurre al minimo gli interventi dell’Uomo sui processi naturali. Ha studiato microbiologia in Giappone e ha iniziato la sua carriera come scienziato del suolo, specializzandosi nelle patologie delle piante. A 25 anni però ha cominciato a mettere in dubbio i preconcetti della scienza dell’agricoltura. Quindi ha deciso di lasciare il suo posto di ricercatore scientifico per tornare nella fattoria della sua famiglia sulla isola di Shikoku nel Giappone del Sud per coltivare mandarini. Ha così iniziato a dedicare la sua vita allo sviluppo di un sistema di agricoltura biologica ed ecocompatibile in concorrenza con l’agricoltura industriale.

Nell’essenza, il metodo di Fukuoka tenta di riprodurre quanto più fedelmente le condizioni naturali. Il terreno non viene arato e la germinazione avviene direttamente in superficie, dopo aver mescolato i semi, se necessario, con argilla e fertilizzante (questo consente di ridurre il numero di semi necessari). Nel terreno intatto, dove idealmente sono state fatte crescere piante poco invadenti che fissano l’azoto (es. trifoglio), che trattengono il terreno e impediscono lo sviluppo di infestanti, viene coltivata simultaneamente la coltivazione voluta. Animali antagonisti vengono introdotti per combattere infestazioni (ad esempio carpe, insettivoro nelle coltivazioni di riso, o anatre per combattere le lumache). Al terreno deve essere restituito quanto più possibile di ciò che ha prodotto, quindi l’agricoltore deve cogliere esclusivamente i frutti e lasciare sul campo tutti gli scarti e le rimanenze della coltivazione, che fungeranno da pacciamatura. Il terreno rimane sempre coperto, riducendo così l’impoverimento per erosione superficiale, e la parte aerea delle piante annuali, dopo il raccolto, deve essere utilizzata per una pacciamatura. Anche la mancanza di aratura, o comunque di aerazione artificiale del terreno, riduce la necessità di concimazione, in quanto i batteri che fissano l’azoto nel terreno sono anaerobi.

Impasto di semi con argilla
Impasto di semi con argilla

“Sto approfondendo da qualche anno le tecniche alternative rispetto all’agricoltura moderna. Il motivo principale che mi ha spinto in questa direzione è che non sono mai stato a mio agio con l’uso dei pesticidi e dei prodotti chimici. Cercando di studiare un po’ l’argomento mi sono reso conto che non c’è qualcosa di sostitutivo a questi prodotti nel moderno sistema agricolo. Mi spiego meglio: i pesticidi e gli altri prodotti chimici fanno parte di un “pacchetto” unico che contiene anche le monocolture, l’uso di mezzi pesanti e i grandi appezzamenti sfruttati in maniera intensiva.

Gli operatori di questo sistema vi diranno che non si può fare senza. Potremmo chiamare questa modo di operare “agricoltura industriale” o “agricoltura di mercato”. Questo tipo di agricoltura ha la caratteristica di essere molto complessa, ha bisogno di molto controllo da parte dell’uomo, oltre che un grande sforzo teorico e tecnologico da parte del mondo scientifico. Sostanzialmente: se vogliamo abbandonare i prodotti chimici, bisogna cambiare modello di coltivazione su grande scala.

L’alternativa a questo mondo agricolo esiste! È già costituita da varie comunità e singoli che a loro modo cercano un approccio diverso alla coltivazione. Si parla di: “agricoltura naturale”, “agricoltura sinergica”, “permacultura”, “agricoltura biodinamica” ecc. La lista è lunga.

Delle volte si è portati a pensare che questi siano mondi diversi. A livello intellettuale magari lo sono, ognuna di essa ha delle pratiche che, seguite come fossero comandamenti, le renderebbero diverse l’una dall’altra. La cosa che ho notato invece è che al di là della ragione, che domina l’agricoltura industriale, queste pratiche rispondono al medesimo bisogno dell’uomo di tornare ad un modo di coltivare che sia più a contatto con la natura, ed infine più a contatto con noi stessi.  Ecco perché chi pratica agricolture di questo tipo non dovrebbe dividersi sui termini, perdendosi nella teoria dell’agricoltura.

Ciò che ricerchiamo con queste agricolture non ha bisogno di definizioni. È un modo di fare dove l’uomo non ha il controllo. Egli può osservare ed intuire, ecco tutto. L’arte di osservare quello che la natura ci offre è un dono che si sta perdendo.

ll punto di partenza iniziale dell’agricoltura industriale invece è il risultato voluto. Questo approccio non può funzionare semplicemente perché il desiderio non ha limiti e segue il mito utopico della crescita infinita.
Masanobu Fukuoka sosteneva che l’agricoltura è una pratica che arriva senza sforzo. Invece di chiedersi: “cosa possiamo fare in più?”, dovremmo chiederci: “cosa potremmo fare di meno?”. Non è questo forse il sentimento guida delle nuove agricolture? Ecco dunque che sorge un nuovo sistema agricolo dove: non si lavora la terra, non si concima, non si usano prodotti chimici. Questo non per partito preso ma perché è semplicemente una modalità naturale.

Secondo me è utile abbandonare giudizi e aspettative in un primo momento e imparare ad osservare e sperimentare. Dove le aspettative e i giudizi sono abbandonati è dove l’intuizione e la creatività possono sorgere, assieme al vasto mondo delle coltivazioni naturali. Così potremmo anche capire che non ci sono due punti uguali sulla terra. C’è una così grande varietà di climi, terreni, piante e animali che non ci saranno due posti con le medesime condizioni, e ognuno potrà fare agricoltura a suo modo. Questa è agricoltura naturale.” (tratto da www.italiachecambia.org)

Masanobu Fukukoa semina
Masanobu Fukukoa semina

“Prima della fine della guerra, quando andai su all’agrumeto a mettere in pratica quella che allora credevo fosse agricoltura naturale, non feci alcuna potatura e lasciai il frutteto a sé stesso. I rami si aggrovigliarono fra loro, le piante furono attaccate dai parassiti e quasi un ettaro di mandarineto seccò e morì.

Da allora ebbi sempre in mente un interrogativo?: “Qual è la forma naturale?”. Per arrivare alla risposta fui costretto a sacrificare altre 400 piante e finalmente oggi posso dire: “Il metodo naturale è questo”. Devo ammettere di aver avuto la mia parte di insuccessi durante i quarant’anni che ho dedicato alla ricerca, ma adesso riesco a ottenere raccolti uguali o anche migliori, sotto ogni aspetto, rispetto a quelli coltivati in maniera convenzionale.

E cosa più importante: il mio metodo ha successo con una minimo apporto di lavoro e con costi decisamente ridotti, inoltre in nessun momento del processo di coltivazione c’è il più piccolo impiego di prodotti inquinanti, il tutto senza depauperare la fertilità del terreno.

Il metodo della “non-azione” è basato su quattro principi fondamentali:

1. Nessuna lavorazione, cioè niente aratura, né capovolgimento del terreno. Per secoli, i contadini hanno creduto che l’aratro fosse indispensabile per incrementare i raccolti. Eppure non lavorare la terra è di fondamentale importanza per l’agricoltura naturale. La terra si lavora da sé grazie all’azione di penetrazione delle radici e all’attività dei microrganismi e della microfauna del suolo.

2. Nessun concime chimico o compost. Ottuse pratiche agricole impoveriscono il suolo delle sue sostanze nutritive essenziali causando un progressivo esaurimento della fertilità naturale. Lasciato a se stesso, il suolo conserva naturalmente la propria fertilità, in accordo con il ciclo naturale della vita vegetale e animale.

3. Né diserbanti, né erpici. Le piante spontanee hanno un ruolo specifico nella fertilità del suolo e nell’equilibrio dell’ecosistema. Come norma fondamentale dovrebbero essere controllate (per esempio con una pacciamatura di paglia o la copertura con trifoglio bianco), non eliminate del tutto.

4. Nessun impiego di prodotti chimici. Dall’epoca in cui si svilupparono piante deboli per effetto di pratiche innaturali come l’aratura e la concimazione, le malattie e gli squilibri fra insetti divennero un grande problema in agricoltura. La natura, lascia fare, è in equilibrio perfetto. Insetti nocivi e agenti patogeni sono sempre presenti, ma non prendono mai il sopravvento fino al punto da rendere necessario l’uso di prodotti chimici. L’atteggiamento più sensato per il controllo delle malattie e degli insetti è avere delle colture vigorose in un ambiente sano.” (Articolo tratto da Terra Nuova – Aprile 1999)

Testo originale
Testo originale

“Lui è un precursore, la sostenibilità l’ha praticata, sperimentata ed è diventata filosofia, modo di vivere. Combatte l’aridità e la desertificazione spargendo semidi essenze che potrebbero adattarsi ad una determinata zona, protetti da una capsula di argilla per difenderli da insetti, roditori e uccelli. Poi lascia fare alla natura.  Quello che germoglierà sarà il meglio per quell’area geografica.

Così sta ricostruendo la vegetazione in aree desertiche in India, nel nord della Grecia, su 10 mila ettari attorno al lago Vegoritis, e anche in una zona sperimentale a Cisternino, in provincia di Brindisi. Il problema della desertificazione è cruciale per la nostra generazione e per le prossime, sotto il profilo dell’alimentazione e dell’assottigliamento delle superfici vivibili. Si profilano apocalittici scenari, complici un pluridecennale supersfruttamento agricolo e i conseguenti cambiamenti climatici.

“Quando ero nel deserto degli Stati Uniti – dice Fukuoka – ho percepito che la pioggia non cade dal cielo ma sorge dal suolo. I deserti non si formano perché non c’è la pioggia, al contrario, la pioggia non cade perché la vegetazione è scomparsa”. Ha dedicato cinquant’anni della sua vita all’agricoltura naturale e quindici per combattere la desertificazione. “Anche se tutto ciò può sembrare l’illusione di un contadino che ha tentato invano di tornare alla natura e al fianco di Dio, desidero ugualmente diventare colui che pianta questo seme. Niente mi renderebbe più felice che conoscere altre persone che la pensano allo stesso modo”.

E i suoi semi stanno già germogliando. Qua e là vi sono piccole comunità di persone che hanno sposato un altro ritmo di vita, un altro tempo, rifuggendo i bisogni fittizi imposti dalla società. Anche a Cisternino è stata costituita una fondazione, si chiama Bhole Baba, ha messo a disposizione i suoi terreni che gli stessi fondatori coltivano e in questi giorni ospitano Fukuoka presentandolo e facendolo parlare con intere scolaresche.

La trasferta pugliese si è poi conlusa in una giornata all’Istituto agronomico mediterraneo di Valenzano, con la presentazione del direttore Cosimo Lacirignola. Qui l’abbiamo incontrato. Aveva custodito gelosamente un grappolo di semi di riso, una pianta che riesce a produrre fino a 350 chicchi. La mostra con orgoglio e con timore.

E’ quello che ha prodotto il suo sistema che lascia fare alla natura e che fa gola alle multinazionali della produzione agricola, in barba alla biodiversità e all’interesse degli agricoltori: “a loro sta a cuore solo la produzione”, dice. Ha avuto pressioni per cedere i semi ma non ci pensa nemmeno: “l’ingegneria genetica ne farebbe degli ibridi, li distruggerebbe e decreterebbe la scomparsa degli agricoltori”.

Signor Fukuoka, lei vuole curare la terra ferita. Fino ad ora quali risultati ha ottenuto sul campo?

Buoni in Somalia, Etiopia e Tanzania. Si è riusciti a creare anche piccoli orti e, in alcuni casi, dopo sei mesi sono spuntate piante di papaia e banane. Ma esiste un deserto peggiore, fatto di pietre, che si trova in Grecia e in Italia. Qui è ancora più difficile. Abbiamo iniziato l’anno scorso in Grecia una semina su 10 mila ettari, cui hanno partecipato tremila persone venute da tutti i paesi d’Europa.

Secondo lei quanto tempo passa tra l’inizio di un processo di rinverdimento e la nascita di piante superiori?

In media cinque anni, ma dipende anche dalla quantità dei semi che si inseriscono in ogni pallina d’argilla” (articolo tratto da “Terra Nuova”)

Dobbiamo cominciare a smettere di comportarci da schiavi, e per farlo dobbiamo prima riconoscere che lo siamo, poi dobbiamo ricostruire la nostra vita in base alle nostre reali esigenze, quelle che sentiamo vere dentro di noi, quelle che ci fanno stare bene e che fanno stare bene gli altri. Fare di più per dare un surplus è un etica che ha radici profonde nella nostra storia e che dovremmo studiare tutti per capirne le ragioni. Se vogliamo un mondo migliore, dobbiamo smettere di continuare a perpetrarne uno come quello in cui viviamo. Quello di Fukukoa non é il metodo ma uno dei tanti possibili, ecco quindi, che dobbiamo solo prendere ispirazione da questo affinché ognuno trovi il suo.

 

di Daniel Evangelista